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03/05/2012
Andare al cinema non solo per vedere un film
Al Cesare Caporali dopo la proiezione della pellicola sui fatti di Genova durante il G8, si apre il dibattito. Previsto l’intervento di Marco Bistacchia, testimone di quei giorni

CASTIGLIONE DEL LAGO- Scende il buio in sala e lo schermo si colora, con un fremito nel cuore perché non sai cosa vedrai, ma già ti aspetti il peggio. È "Diaz, don't clean up this blood" di Daniele Vicari. Un film, quasi un documentario, sul pestaggio avvenuto al'interno della scuola Diaz nel quartiere Albaro a Genova, ad opera di un reparto mobile di più di 300 poliziotti, durante il G8 nel 2001. Un'irruzione nei confronti di quasi un centinaio di persone, 93 precisamente. Si erano accampati in quelle aule poco accoglienti i ragazzi del Genoa Social Forum, attivisti di tutte le nazionalità e di tutte le età, un giornalista, qualcuno passato per caso a cercare posto per una notte, perché quella scuola era aperta a tutti in quei giorni. Festa e impegno sociale, qualche canzone intonata negli angoli delle varie stanze, bottiglie di vino, amoreggiamenti e un anziano signore che offre biscotti ai vicini di sacco a pelo. Sono solo alcune delle situazioni di quella sera: prima degli sfregi, dei punti di sutura, delle bocche senza denti, delle braccia rotte e dei bozzi rossi sulla schiena per la violenza delle manganellate; prima di una ragazza in coma.
Lo stacco tra i punti di vista viene scandito attraverso l'immagine ripetuta di una bottiglia di vetro lanciata da un manifestante, che si schianta in terra frantumandosi in mille pezzi; quelle schegge di vetro ci accompagnano taglienti verso la scena madre, quella che ti fa uscire dalla sala ancora con il rumore delle manganellate a bombardarti la testa. Immagini forti, suoni assordanti e sangue che sgorga da quelle ferite cosi brucianti. Ragazzi che tentano la fuga da un destino ormai chiaro di botte, mani che cercano tra il fumo dei lacrimogeni nella speranza di non perdere l'amico o la fidanzata, corse per le scale per trovare un buco dove nascondersi; e paura, paura di morire ripensando a Carlo Giuliani. Poi ci sono i risvolti più oscuri, come il passaggio di molotov tra i poliziotti da piazzare all'interno della scuola per giustificare l'irruzione, gli arresti e il proseguimento delle violenze e delle umiliazioni al carcere di Bolzaneto: una ragazza, una "fricchettona" , una "zecca" viene fatta girare in tondo nuda con la pelle ancora livida, derisa dai poliziotti. Un pugno allo stomaco continuo, che riporta a quei giorni così surreali .
Al termine del film si respira anche grazie ad un breve dibattito per cui è stato appositamente invitato Marco Bistacchia, un giovane di Castiglione del Lago che ha accettato di rendere una testimonianza in sala, data la sua presenza nel 2001 alla manifestazione a Genova, e che rimase coinvolto negli arresti. Marco afferra sicuro il microfono e accenna brevemente alla sua esperienza, illuminando gli spettatori in sala su alcuni aspetti che il film non affronta. È un po' infastidito per queste mancanze ma non lo dà a vedere troppo. Sono scelte cinematografiche, inutile discuterne. Si può discutere però sui fatti di quei giorni e il suo racconto suscita la curiosità dei ragazzi, alcuni sbigottiti ancora dalle ultime scene, così partono alcune domande. Una risposta per tutto non c'è in questa vicenda così maledettamente confusa ma Marco sottolinea con decisione un aspetto inquietante che il regista fa appena intuire: ovvero che le inaudite violenze contro chiunque si trovasse a Genova per manifestare, anche se pacificamente, fossero pianificate, autorizzate e per nulla casuali. La solita vecchia storia delle mele marce non convince. Il film ci consegna uno dei colpevoli tra i "potenti", è un sessantenne dall'aria distinta e lo sguardo di ghiaccio, è uno dei superpoliziotti additati come responsabili di quell'irruzione, ma con il suo intervento Marco sottolinea che solo alcuni hanno pagato delle colpe che erano ben più estese. Chi vuole pensare ad un'improvvisa follia di massa ci creda, Marco non ci crede e parla anche di un inevitabile processo di disumanizzazione, quello che porta il poliziotto a sputare e pisciare sulla testa di un ragazzo; quel ragazzo non è più Luca, Gianni o Antonio, è solo il nemico, non più una persona, solo qualcosa che non dovrebbe esistere sulla faccia della terra. Il film è da vedere, perlomeno per ricordarsi di quanto è avvenuto sotto gli occhi di tutti, per chi c'era o per chi ha guardato quei manganelli volare attraverso lo schermo, per non dimenticare quella sfacciata disumanità. E qualcuno forse smetterà anche di credere alle favole.


Micol Sacco

 

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